World League, Italia e la terra di mezzo

Si è appena concluso il secondo weekend di World League, a Roma, in un Pala Lottomatica non esattamente gremito. La pubblicizzazione dell’evento è stata di un’imponenza pari solamente alla Sagra della Ciliegia del Villaggio. Complimenti, Magri.

Fatta questa doverosa e triste premessa, mi interessava capire la condizione dei ragazzi di Blengini dopo il turno d’esordio a Sydney, che ho visto in parte (per motivi di lavoro ho saltato il primo match con la Francia di Tillie) ma che ho ritenuto troppo interlocutorio per esprimere un giudizio appropriato, considerato che era la prima uscita stagionale degli azzurri e che i Bleus avevano già sul groppone il preolimpico di Tokyo e, dunque, sette partite ufficiali sulle gambe. Anzi, non ho francamente capito l’eccessivo stupore legato alla sconfitta. Non avendo visto il match mi astengo dal fare troppi commenti, ma mi sembra che si sia ignorato un particolare importante: la Francia è stata la squadra più forte del 2015 e la rosa a disposizione di Tillie non fa pensare ad un caso isolato.

Ritenevo invece maggiormente interessante il test contro gli USA, primo perché la squadra di Speraw è avversario sempre complicato da masticare per i nostri denti, secondo perché era il primo scoglio di una certa complessità con il nostro stesso ritmo partita. Con tutto il rispetto, rullare Australia e Belgio deve essere normale amministrazione, pochi cazzi e buonismo: le due doppie sfide con le suddette squadre sono state indicative più per gli schemi in via sperimentale dell’Italia che per il risultato. Fatto sta che gli americani ci hanno suonato tre sveglie a zero, a conferma che continuiamo a soffrirli terribilmente. Ho sempre avuto grande stima del modo di stare in campo di questa nazionale, per me la migliore assieme alla Francia per qualità tattica e di posizionamento: murano tanto, difendono – sempre ordinati – anche la polvere, ricostruiscono con intelligenza. Tutti pregi che hanno evidenziato ancora di più gli attuali difetti della nazionale di Blengini.

Partendo proprio dalle note negative, le sofferenze della seconda linea azzurra erano immaginabili, con lo spostamento (definitivo?) di Zaytsev in quattro e dunque con l’incombenza della ricezione. Al di là delle percentuali dello Zar, peraltro non proprio malvagie, è tutto il sistema degli ultimi sei metri di campo a manifestare più di un’incertezza: oltre alla difesa, spesso troppo arretrata e ferma, ho notato che Giannelli ha trovato poco rifugio nella pipe, preferendo – se messo in condizione dalla rice – velocizzare con qualche primo tempo dietro oppure spostato. Non so se siano indicazioni di Blengini, o il feeling con Zaytsev da perfezionare, di certo per competere ad alto livello con le dirette pretendenti al titolo olimpico la pipe è uno strumento imprescindibile per la nostra orchestra. In tal senso il rientro di Juantorena sarà di sicuro aiuto, sperando che la spalla del fenomeno italo-cubano faccia la brava e si rimetta in sesto quanto prima.

Altro aspetto da correggere è la lettura dei centri a muro: con i primi tempi USA in particolare non ci abbiamo capito una mazza, Blengini ha ruotato 4 centrali senza ottenere continuità da nessuno. Christenson che spinge forsennatamente in mezzo è cosa che sanno anche i muri e il nostro ct dovrebbe saperlo meglio, dopo averlo allenato per sette mesi nel club; eppure sia Lee che (soprattutto) Smith hanno spesso attaccato smarcati con il nostro muro in evidente ritardo. Poi è vero che abbiamo servito male e il palleggiatore della Lube ha avuto tanti palloni sulla testa da gestire comodamente, ma qualcosa in più ci si poteva aspettare, considerato che solitamente di attacchi ne tocchiamo, e tanti…

Venendo invece al bicchiere mezzo pieno, registriamo con piacere il rientro in grande stile di Filippo Lanza, giocatore che sarà fondamentale qualunque sia l’impostazione tattica della versione finale della squadra, fosse anche solo per il giro dietro. Non se lo ricorda mai nessuno, ma la qualificazione olimpica e il bronzo europeo sono passati anche dalle sue mani e dall’equilibrio che ci ha dato come S2. Sappiamo tutti che il ginocchio è sempre pronto per i capricci ma era troppo importante ridargli ritmo e fiducia e mi pare che si sia comportato egregiamente. Vettori, passaggio a vuoto di venerdì contro l’Australia a parte (ma contava poco), sta sostenendo il ruolo con la sua solita intelligenza e la sua velocità di esecuzione può rappresentare per Giannelli una risorsa in più nelle uscite di posto 2. Seppur (giustamente) subordinata a un equilibrio tattico da trovare nel corso dei prossimi match, questa diagonale in prospettiva mi piace e può fare bene.

Ora ci si sposterà a Teheran per l’ultimo weekend prima delle final six: oltre ai padroni di casa troveremo Argentina e Serbia  e la qualificazione all’evento finale di Cracovia ce la giocheremo in un rush finale complessivamente più forte rispetto ai primi due turni. Dimostrato che non sono più i tempi degli scivoloni dell’ultima era Berruto, è ora di capire se siamo in grado di uscire dalla terra di mezzo per poter ambire a un metallo a cinque cerchi, oppure se il nostro ruolo è solamente di congiunzione tra il buono e il gotha della pallavolo mondiale.

Uscendo dai nostri confini, finora i più convincenti sono stati proprio i serbi di Nikola Grbic, fuori dal discorso olimpico e dunque liberi di concentrare in World League tutte le loro energie. Vedendoli battere il Brasile è inevitabile riflettere su questo sistema di qualificazione che, su dodici partecipanti, ha promosso sei americane e quattro europee. Con tutto il rispetto per De Coubertin, c’è qualcosa che non torna.

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