Rio 2016: epilogo di una meravigliosa dannazione

Ho pensato molto a questo pezzo. Avrei voluto scrivere una sostanza diversa, la sostanza di un metallo più pregiato che anche questa volta è rimasto fuori dall’uscio tricolore. Ho deciso alla fine di fare scorrere un po’ di emozioni attraversate nell’ultimo weekend dell’olimpiade brasiliana.

Non ho più l’età per credere a prescindere nelle favole, la sconfitta rientra consapevolmente nei piani, perché la vita la contempla spesso più della vittoria. Il realismo senza disincanto mi ha permesso di non versare lacrime come feci a dodici anni dopo quella maledetta asta colpita da Andrea Giani ad Atlanta; ci stava, la favola era anche nei piani del Brasile, e a giocare si è in due, singolo o squadra che sia.
Ci sono cose che però mi hanno fatto piangere dentro, perché quell’angolino della bambina che è ancora in me è rimasto davanti a quel 14 pollici sbiadito dell’estate ’96.
Se lo sport, come la vita, è fatto di segnali (e io ci credo), c’è stato un preciso momento in cui ho capito che era finita.

Prima metà del terzo set di Brasile-Italia, verdeoro in P1, Giannelli al servizio. Da adulta, ma indefessa sognatrice, prego Simone di scaricare un tracciante 1 verso 5 che riapra la partita. Lui va 1 verso 5, ma in float. Mai fatto in tutto il torneo, forse in tutto l’anno. Lo fa perché sta soffrendo, è poco lucido e insolitamente falloso dai 9 metri, per cui azzera il rischio e conserva.
Rice ++ brasiliana, Wallace da 4 lo stende in parallela.
Volendo bene al bimbo come se fossi sua sorella maggiore, mi si stringe il cuore in una fitta atroce. Peggio che vedergli commettere due doppie nello stesso match.
Penso non gli capitasse da quando giocava a tennis.
Poi alla fine vedo le sue lacrime sul podio e mi strazio definitivamente. Vedo le lacrime di Osmany Juantorena, lui che si è trovato a giocarsi il sogno di una vita quando fino a pochi anni fa sembrava non ci fosse nemmeno speranza di parteciparvi. Piangono e io vorrei abbracciarli, vorrei difenderli dal loro dolore. Io non piango fuori, lo faccio dentro, non per il risultato, ma per loro. Perché leggo nei loro occhi l’obiettivo che sfugge.

osmany

Ha ragione capitan Birarelli, uno che quell’oro lo avrebbe strameritato per quello che ha dato e per quello che, una decina di anni fa, stava rischiando di non poter più dare a questo sport: nei prossimi giorni questo argento apparirà più bello. Ora resta solo l’emblema di una maledizione ed è comprensibile, anzi, credo che sulle spalle di questi ragazzi si siano riversati anche i sogni di chi se li è visti sfumare vent’anni fa.

In attesa che si calmino le acque e conoscere le sorti di alcuni nostri uomini per il prossimo quadriennio, cosa rimane?
Restano due settimane meravigliose di pallavolo azzurra: convincente, sorprendente, a tratti stellare, via via sempre più di cuore, alla fine forse troppo stremata per l’ultimo passo. Una squadra che ha saputo coinvolgere, sufficientemente ignorante, con la giusta dose di autoironia che le ha permesso di non prendersi troppo sul serio (lo sfottò collettivo allo “scoglio”, citando Ivan Zaytsev, beccato da Giannelli in sbagherata contro il Messico). Una squadra che riparte dal carisma dello Zar, enormemente maturato in questo torneo, e dalle traiettorie disegnate dal bimbo di Bolzano; al netto di una finale giocata soggiogato dal peso dell’evento, posto che queste cose in ogni caso servono per la crescita del ragazzo, il futuro è suo.

argento
Adesso vi riconosco

Le favole, dicevamo, sono finite da un pezzo. Ciò che non finisce e non passa è la capacità di creare Epica. Ne ho parlato nel pezzo precedente, dedicato alla semifinale Italia-USA, alla magia che questa partita ha sprigionato e ha contagiato tutti quelli che l’hanno vista, volutamente e consapevolmente, oppure per caso, generando ore di isteria ed esaltazione collettiva verso il nostro sport anche in chi non sa nemmeno come è fatto un campo da pallavolo, o in quanti si gioca. Qualcuno ha scritto che per svolgimento e pathos ha ricordato la celeberrima Italia-Germania 4-3 di Messico ’70: il paragone ci può stare, sfortunatamente ci sta anche l’epilogo, sport diverso, stessa nazionale a fermarci, dopo aver dato tutto un istante prima dalla realizzazione del sogno.
L’Epica di certo non consegnerà concretamente ai ragazzi di Blengini una medaglia di diverso metallo, ma essere epici non è cosa da tutti. Ti consegna alla Storia, ti fa dannare, soffrire, stupire, esultare, impazzire. Ti fa essere indimenticabile.

 

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2 risposte a "Rio 2016: epilogo di una meravigliosa dannazione"

  1. ilearnedtodance2016

    Bellissimo pezzo. Te lo dice una che da ragazzina odiava stupidamente la pallavolo perché non sapeva giocarci e veniva presa in giro. Che sport meraviglioso. Questi ragazzi ci hanno regalato qualcosa di indimenticabile. Se contro gli USA ci sono stati quasi dei segni del destino, in questa finale non ne andava bene una. Ma spero che nessuno di quelli che hanno seguito questa nazionale si dimentichi di questi ragazzi e uomini sognatori. Da appassionata anche di calcio, ho pensato subito alla semifinale di Messico ’70, più che altro per quello che accadde in finale. Quello che è certo è che quel mondiale lo si ricorda per l’epico 4-3 con la Germania. Come hai detto tu, questa è epica. Il resto è storia. E questi ragazzi possono ancora scriverla.
    Grazie per questo bellissimo post! 🙂

    Mi piace

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