Il silente addio dello sguardo celeste

L’articolo sul ritiro di un giocatore che hai amato è sempre quello che non vorresti mai scrivere. Il saluto alle scene di uno sportivo è un fatto ineluttabile, eppure ce ne sono alcuni che lasciano un vuoto incolmabile, una sensazione di straniamento melanconico, nonostante l’avvicinarsi dell’ovvia quanto inevitabile decisione.

Ecco, io questo ritiro un po’ me lo aspettavo. Ma il presentimento non lenisce il dispiacere.

Gli ultimi due anni di Michał Winiarski sono stati caratterizzati da una costante assenza. Quella dai campi, causa il susseguirsi di infortuni più o meno gravi che ne hanno limitato il minutaggio. E dalla memoria, perché passò definitivamente il confine del nostro campionato ormai otto anni fa, senza tornarci mai più.
Winiar saluta definitivamente il volley giocato a 33 anni e 7 mesi. Lo fa perché il suo fisico di cristallo, in particolare la schiena, non gli dà tregua: l’ultimo tentativo di ripresa vera lo ha fatto sottoponendosi a un intervento chirurgico, a gennaio 2016, subito dopo la diffusione di voci di corridoio che lo volevano rientrante in nazionale assieme al “gemello” Mariusz Wlazly in occasione dei Giochi di Rio, dopo l’addio di un anno e mezzo prima. Ci ha provato, Michał, non è servito.

L’assenza, appunto. La carriera del gioiellino di Bydgoszcz, negli ultimi tre anni, ha vissuto di questo. Tanta panchina, tantissima tribuna, ingressi in campo a singhiozzo, quasi ad aggrapparsi alla porta del treno. L’ultimo, quello del ritorno dei playoff a 12 di Champions League contro Civitanova, con lo Skra Bełchatów spalle al muro dopo aver perso 3-1 il match di andata. E ammetto candidamente che vederlo così poco reattivo e lucido, a mezza elevazione e con le gambette ferme, mi ha fatto molto male.

Michał Winiarski mi folgorò durante il mondiale 2006 in Giappone, salito alle cronache tricolori più per l’ammutinamento dell’Italvolley nei confronti di Montali che per la qualità di gioco globalmente espressa. In una delle edizioni iridate più brutte della storia recente, l’unico motivo di interesse arrivò dalla Polonia di Raul Lozano, una squadra di giovani talenti di caratura tecnica eccezionale e pettinature discutibili, che si arrese solo in finale al Brasile di Giba. Un Brasile che aveva, come suo solito, mostrato più di una crepa nelle fasi preliminari, ma che nell’ultimo atto travolse gli inesperti polacchi fin dai primi minuti, aggiungendoci l’insana tamarranza tanto provocatoria quanto marziale tipica dei verdeoro di quegli anni.

Winiarski non era uomo da 25-30 punti a partita, non lo fu mai, per vocazione tecnico-tattica e per limiti di esplosività nel braccio. Quello lo faceva – egregiamente – Wlazly. Non faceva buchi per terra, non era evidente, non trascinava le folle. Eppure era fondamentale, perché garantiva quell’equilibrio imprescindibile tra solidità in seconda linea e uscita alternativa in posto 4 e pipe. Michał Winiarski non aveva le stimmate dell’immortalità, ma era un giocatore intelligente, con un’eccellente visione di campo e una completezza tecnica da fare invidia al 90% dei martelli con cui ha giocato o si è confrontato. Mago del mani out e folle quanto bastava da inventarsi, a volte, traccianti vincenti da zone impossibili del campo; posizionamento, tempo e piano di rimbalzo a muro da manuale, tanto che per anni è stato tra i migliori esterni nel fondamentale; servizio non velocissimo ma sufficientemente pericoloso per piazzamento e variazioni. La ricezione, però, era quanto di più si avvicinava alla porta degli immortali: una sentenza, spesso e volentieri meglio dei suoi compagni liberi.

Michał, però, restava uno che faceva poco rumore. Un silente. La coppia perfetta? Con Kaziyski, a Trento (l’unica squadra italiana in cui ha militato, dal 2006 al 2009), con il quale si completava perfettamente. Imperatore per antonomasia il bulgaro, incantevole il polacco; il primo devastante, il secondo libero di esprimere le sue migliori caratteristiche di equilibrista.
Michał, infatti, era uno che quando c’era te ne accorgevi giusto ogni tanto, ma che quando mancava ti faceva malissimo. Nelle fasi finali del campionato 2008-2009 si infortunò a una caviglia, Trento lo perse per un paio di match. Cercò di recuperare, ma non era in condizione e l’Itas ne pagò pesantemente le conseguenze cedendo lo scudetto alla Piacenza di Zlatanov.

Insomma, Michał Winiarski non è mai stato un alieno: era semplicemente il primo degli esseri umani.
A parte i suoi occhi, ovviamente. Quelli non hanno spiegazioni terrene.

michal winiarski

La sua partenza dall’Italia mi lasciò una profonda tristezza. Tornò a Bełchatów, nel club che lo aveva lanciato ad alti livelli, vuoi per un campionato polacco sempre più crescente, vuoi per la voglia irrefrenabile di tornarsene a casa, nella sua zona sicura.
Personalmente la superai male, e forse pure Michał , che ebbe la sfiga cosmica di rompersi prima dell’europeo 2009, torneo in cui la Polonia trionfò senza di lui. Da lì cominciò il calvario: prima la spalla, poi la schiena, un annetto di diversivo al Novyj Urengoj prima di fare ritorno allo Skra e la sensazione che qualcosa si fosse spezzato per sempre, nell’equilibrio dell’equilibrista.

Nel mezzo, il mondiale 2014, organizzato in casa, in un paese che vive e respira pallavolo ogni giorno e che riempie i palazzetti anche nel turno di riposo della propria nazionale. L’inaugurazione la organizzarono in uno stadio di calcio, davanti a settantamila persone. SETTANTAMILA. Immaginatevelo da noi.
In un’edizione che noi italiani rimuovemmo dalla memoria più velocemente del Sanremo dei Jalisse, la Polonia del neo coach Stephane Antiga arrivò in finale e trovò di nuovo il Brasile, a otto anni di distanza.
Michał era capitano, tra un problema fisico e l’altro nel corso del torneo strinse i denti e cercò di innalzare il suo rendimento altalenante, ma Antiga piuttosto che toglierlo dal campo avrebbe venduto la madre al diavolo, tanto era vitale tenerselo, per leadership e come collante di un gruppo reduce dalle infinite polemiche sull’esclusione dalla rassegna iridata di Bartosz Kurek.

Di quella finale, e di quel torneo complessivamente infelice a livello tecnico, si ricordano poche cose. Il miracolato e inaspettato Re Mida Mateusz Mika; il suicidio tattico del Brasile, mai così allo sbando nella fase break; il coro “Polska! Polska!” sollevato dalla marea rossa dentro e fuori dal palazzetto di Katowice.

Il ricordo che ho io è quello di Michał che percorre gli scalini della Spodek Arena per andare a prendersi la coppa, nel classico rito che ogni capitano vincitore consuma nei templi del volley polacco, vendicando in un solo gesto la sofferenza patita dietro le quinte di una parabola discendente iniziata troppo presto.

Ufficialmente fu il suo ultimo giorno da capitano della nazionale; ufficiosamente, l’ultimo della sua vera carriera.

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