Frammenti di una stagione: quando tutto finisce

Il titolo è serioso, il corpo lo sarà, la goliardia arriverà (molto presto, promesso). Non mi dilungherò in disamine sulla finale scudetto, non per sminuirla, anzi: confesso di aver immaginato più volte lo sguardo compiaciuto dello Zio Chicco Blengini, seduto sulla proverbiale riva del fiume, boccia di vino d’annata e colletto alzato, intento ad osservare i cadaveri di chi gli dava dello “zero tituli”.  Ma questa è un’altra storia.

Storie, appunto. Di un film durato mesi, nel cuore mi restano quattro frammenti.

1. Il primo pensiero lo rivolgo ad Angelo Lorenzetti. Tecnicamente non l’ho sempre condiviso (lui con tutta probabilità mi risponderebbe “E sticazzi“, e farebbe pure bene), saltuariamente l’ho preso in giro, spesso non l’ho capito, eppure ogni volta che mi azzardo a dubitare lui se ne esce con quella sua umanità così pura e disarmante che a quel punto sei tu che, del tutto legittimamente, dubiti di te stessa. Ultima in ordine cronologico, la lettera aperta alla Curva Gislimberti, ma ne potrei citare mille: il post su Facebook successivo alla franata in Cev Cup, la sensibilità delle parole sul talento sconfinato di Giannelli nel suo intervento all’ITT Buonarroti-Pozzo di Trento, la vicinanza nei confronti dei colleghi che si sono trovati timonieri alla ricerca di un faro nella notte (Tubertini).
In questa stagione si è fermato sempre a un metro dal nastro, ma la sua Diatec ha dato l’impressione, seppur a tratti e non sempre, che un altro volley è possibile; è un gioco di lampi e campanelle, di tempeste perfette e luce accecante. E’ mancato solo il tuono dirompente, ma tra i tuoni di Modena e Perugia ha avuto ragione lui.
A costo di ripetermi all’infinito, Lorenzetti è, prima ancora che un bravissimo allenatore, una gran bella persona. Una di quelle con cui vorresti semplicemente prendere un caffè, fumare una sigaretta e parlare del senso delle cose. Lui lo saprebbe sempre trovare.

angelowoland

2. Luca Vettori è uno stronzo. Lo dico con tutto l’affetto del mondo: è un grandissimo stronzo.
Non per il fatto di aver lasciato Modena, sarebbe solo stata l’ufficializzazione dell’ovvio.
E’ uno stronzo perché non ha saputo lasciarsi in modo normale, no. Non ha potuto farlo come tutti gli altri: non ha postato una foto di rito, non ha aspettato un comunicato stampa, non ci ha condiviso il “grazie per il lavoro svolto in questi anni”. No, lui ci ha portati tutti qui, ha voluto esagerare nello stesso modo in cui sono esagerate la sua testa e la sua sensibilità, perché non è come gli altri. Lui è Pantoufle e Italo Calvino, è pellegrino e viaggiatore e te ne sbatti se non tifi Modena, che quello è il succo infinitesimale del discorso. Lui è esagerato perché è quello che “non piace a tutto lo stadio” (cit.) e se ne fotte. E fa bene, che avere webeti che lo insultano al massimo può fargli curriculum.
Luca Vettori è uno stronzo perché questo articolo era nato diversamente e me lo ha ribaltato in corsa.
Luca Vettori è una sola parola: bellissimo.

3. Io non mi commuovo quasi mai, o meglio: mi commuovo, ma ci sono pochissime cose che mi fanno veramente piangere. Ecco, mi è capitato una ventina di giorni fa, guardando un video. Questo:

http://www.polsatsport.pl/wiadomosc/2017-04-19/piekne-pozegnanie-winiarskiego-wideo/

E’ il saluto di Michał Winiarski al pubblico dello Skra Bełchatów, durante la sua ultima partita ufficiale giocata in casa lo scorso 19 aprile. Di lui avevo già parlato qui, prima di vedere questo filmato. Vedrete Mariusz Wlazły prendere la parola, in qualità di capitano dello Skra, per dire due parole di saluto al suo compagno di squadra. Ad un certo punto Wlazły si blocca, non riesce più a parlare. In qualche modo arriva in fondo, porge il microfono a Michał che, con la testa, pare essere da un’altra parte; trascina discretamente poche parole, come peraltro ha sempre fatto in pubblico. Ha le mani che gli tremano e lo sguardo perso, la fine del discorso sembra una liberazione divina, anche perché poi si rientra nei ranghi con il momento goliardico della torta e la foto di rito. Il filmato termina con la telecamera che plana su Winiarski e sui suoi occhi così vergognosamente belli, velati di lacrime.
A meno che non sappiate il polacco – e io non lo so – del video non capirete nulla, ma è uno di quei casi in cui resto convinta che il significato delle parole sia qualcosa di sostanzialmente marginale. Qui bastano le immagini, e le immagini, in quel loro modo a volte così devastante, ci raccontano di un’amicizia che per saperla così forte non serve che qualcuno ce la traduca.

wlazlywiniar

4. L’ultima istantanea proviene da Ankara. E’ di poco meno di dieci giorni fa, mostra l’ultimo punto dell’HalkBank a sancire la vittoria del campionato, ma non mostra solo questo.

In questo video c’è un uomo che piange e non è uno dei tanti. E’ solo uno degli attaccanti più devastanti dell’ultimo ventennio che a 38 anni, una figura appena ingombrante e un palmares da fare invidia a chiunque, crolla a terra in lacrime. Ride e piange allo stesso tempo, a tratti risulta quasi grottesco, eppure parliamo di uno che nel 2000 prese a pallate il mondo intero nelle due settimane olimpiche di Sydney, un campionato turco non fa poi questa differenza di peso.
Piange perché si è rassegnato a non essere più un sovrano; piange perché, nonostante abbia perso la corona, nel tie-break decisivo ha messo giù cinque punti.
Piange perché chi non ha mai visto Ivan Miljkovic al suo massimo splendore non può capire… ma questa è un’altra storia, che affronteremo più avanti. Quando, lo deciderà lui.
Nel frattempo, a me risuonano incessanti, come fossero un segnale, le note di “Out of Sand”, una perla che Eddie Vedder ha scritto per l’imminente ritorno di Twin Peaks.

“Now it’s gone, gone
And I’m who I am
Who I was I will never come again
Running out of sand”

 

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