World League, ibernazione e Shoes Gate

L’Italvolley fantozziana, la conquista francese di Curitiba, lo Shoes Gate.
Panoramica di una claudicante estate pallavolistica.

L’edizione 2017 della World League si è appena conclusa. Ha vinto la Francia, al tie-break, sui padroni di casa del Brasile, che tornano a soffrire la pressione del fattore campo.
Basterebbe chiuderla qui, in termini di cronaca, dato che a mio avviso è stata una delle edizioni più brutte della storia recente. La transizione post-olimpica si è avvertita in modo sensibile, gran parte dei top players ha disertato: Russia in blocco, Stati Uniti quasi, tutte le big con lacune più o meno determinanti. La pallavolo a volte è uno sport semplice, nel caso specifico ha trionfato la formazione che questo sport l’ha giocato meglio: quadratura, idee, mentalità. Una seconda linea con Ngapeth, Lyneel (o Clevenot) e Grebennikov la ruberei a costo della vita e proprio questo aspetto, in un torneo dove le ricezioni hanno complessivamente sofferto, ha fatto – eccome – la differenza, soprattutto per consentire al “nano” Toniutti di mettere il motore alle sue splendide mani e tessere le sue trame diabolicamente veloci. A giganteggiare è stato, di nuovo, Earvin Ngapeth, ma la presenza ingombrante del talento di Modena non deve far passare in secondo piano il sottobosco tattico della truppa di Laurent Tillie: ogni pedina è perfettamente al proprio posto e per un Rouzier che va c’è un Boyer che entra e risarcisce con gli interessi. Alla luce di quanto abbiamo visto il suicidio olimpico resta qualcosa di profondamente inspiegabile, certo è che il vento cambia velocemente e gli equilibri della pallavolo mondiale sono estremamente precari. Racconteremo la stessa storia tra un paio di mesi?

Lo scopriremo. Lasciando per un attimo da parte il meritatissimo podio del Canada di Antiga, le paturnie della deludente Serbia di Grbic e le giovanissime – quanto diversissime – Russia e USA, mi preme sottolineare la decisione scellerata e pericolosa di giocare questa Final Six in uno stadio, precisamente l’Arena da Baixada. Bellissimo eh, peccato per il piccolo particolare che lo stadio non è, ovviamente, climatizzato e a Curitiba in questo periodo dell’anno la temperatura si attesta tra i 12 e i 16 gradi. Se gli spettatori si sono attrezzati vestendosi come palombari ibernati, ai giocatori sono stati forniti, oltre a quintali di magliette della salute e manicotti, plaid e pratiche stufe portatili posizionate dietro le panchine, un po’ come durante gli aperitivi al mare fuori stagione. Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere, e invece no, non c’è un cazzo da ridere, perché il folklore lo accettiamo con piacere solo se non arreca alcun danno a chi in campo ci deve andare, e giocare in un clima simile significa mettere a repentaglio la salute degli atleti ad ogni singolo movimento. Ragion per cui certe diapositive contiamo di non vederle più.

stufe
Foto: Albari Rosa/Gazeta do Povo

E’ giunto il momento di parlare del tasto dolente. L’Italvolley esce dalla World League con in mano un pugno di mosche, il dodicesimo e ultimo posto e la grazia della FIVB che, in piena tempesta ormonale da NBA, rivede il regolamento annullando le retrocessioni salvandoci dal baratro del Gruppo 2. Che non saremmo arrivati in Final Six potevamo aspettarcelo e in tutta onestà del risultato me ne frega poco. La cosa che più mi spaventa, al di là della portata negativa di alcuni risultati (le mazzate prese dai baby USA e Russia in primis), è la sensazione palpabile che qualcosa, nelle dinamiche di gruppo, non abbia palesemente funzionato.
Un esempio? La ricezione. Sapevamo dall’inizio che sarebbe stata problematica, specie con Antonov e Randazzo in accompagnamento a Colaci che, da solo, non può coprire l’incompatibilità dei due martelli in questo specifico fondamentale. Incassato l’infortunio di Lanza, Blengini ha provato a dare respiro alla seconda linea con l’ingresso di Botto, ma i problemi sono rimasti. Fin dalla prima uscita di Pesaro si notava un posizionamento troppo avanzato della linea dei ricettori sulle jump float, ciò che non mi spiego è perché Blengini abbia dovuto ribadirlo per almeno tre volte in un solo match senza che l’intera seconda linea azzurra sia stata in grado di recepire la sua richiesta. Più che essere ultimi, a me fa paura una possibile perdita di polso sulla squadra e qui non ci sono alibi chiamati Zar oppure Hombre che tengano: l’apatia generalizzata, l’errato posizionamento difensivo e la mancata applicazione delle direttive del tecnico sono sintomi di un malessere ben più ampio, che non riguarda l’individuo ma le dinamiche di un team mai così sfilacciato da due anni a questa parte.

A tal proposito, col tempismo perfetto della cometa caduta al termine dell’interpretazione di Imagine da parte di Eddie Vedder a Firenze Rocks, ma con molto meno stile, è piombata sul ritiro di Cavalese la grana Shoes Gate.

Per chi non lo sapesse, riassumiamo brevemente: pare che Ivan Zaytsev rischi l’esclusione dal prossimo Europeo perché vuole utilizzare le scarpe del suo sponsor tecnico (Adidas) al posto di quello della Federazione (Mizuno). La motivazione addotta dal giocatore parla di un problema medico, dall’altra parte il presidente Fipav Bruno Cattaneo ha dichiarato che al martello di Perugia sono state proposte tutte le alternative possibili di Mizuno, ma che lui non abbia voluto passarle al vaglio nonostante il regolamento preveda che i nazionali debbano necessariamente vestire l’intera divisa fornita dallo sponsor della Federazione, scarpe comprese. In attesa del confronto tra i due, che dovrebbe avvenire in settimana, il mondo pallavolistico si scanna sostenendo l’una o l’altra fazione. Alessandro Antinelli si è schierato a favore dell’italo-russo, lo stesso ha fatto Leandro De Sanctis sul suo blog, parlando anche di come Zaytsev si sia attirato “gelosie” a causa della sua popolarità post-Rio. Attimi di strepitosa memorabilità li abbiamo invece avuti da un tweet dell’ex ct azzurro Mauro Berruto, uno che con Ivano si è sempre preso bene, che con una foto e una citazione ha perfettamente riassunto l’opposto pensiero.

Sull’opportunità o meno di utilizzare scarpe di questo o altro sponsor e sul risvolto grottesco della vicenda possiamo discutere per mesi, a me pare che qui il punto non sia la legittimità delle regole, ma il loro rispetto.
Dubito che Zaytsev e il suo entourage – che in materia di comunicazione e marketing è preparatissimo – non sapessero quali sono le direttive federali in termini di sponsorizzazione. Tra l’altro, una sua eventuale esclusione arriverebbe dopo quella di due anni fa conseguente alla famosa notte di Rio. Seppur per motivi profondamente diversi, il succo è sempre lo stesso: per uno, o quattro, che violano un regolamento, ci sono tutti gli altri che quel regolamento lo rispettano. Poi è chiaro che nessuno prevede un’impiccagione pubblica in caso di trasgressione, e che tutto si può recuperare (parliamo pur sempre di pallavolo), ma deve esserci la volontà di capire che le leggi del gruppo possono essere sì discusse, sì implementate, ma non aggirate. Altrimenti passa il concetto che in fondo si può fare tutto, che tanto la trasgressione viene derubricata e non illustrate le condizioni del reintegro. Come di fatto successe due anni fa.
E, mi perdonerà De Sanctis, la gelosia (de che?) c’entra ben poco.

Ora sta alla Federazione dimostrare di essere maggiormente in grado di gestire la grana rispetto al “governo precedente”. Oppure rischiamo che, alla prossima trasferta a Curitiba, a Zaytsev venga automatico impuntarsi per giocare in Moon Boot.

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