Breve compendio di enogastronomia punk

Premessa: la cucina è quanto di più distante da me. In condizioni normali a casa non pranzo mai, ceno sì e no tre volte alla settimana, in dispensa ho solo la sopravvivenza per colazione e nel mio frigo si sente ancora l’eco di quando quattro anni fa ho tirato giù una madonna per aver rotto un uovo (crudo, ça va sans dire). Nonostante ciò, complice un’ipercolesterolemia congenita e un riscoperto senso della salute, sto mediamente attenta per almeno cinque giorni su sette (facciamo quattro e mezzo). Se mi ci impegno me la cavo pure, ma appunto non mi ci impegno.

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La canzone che non c’era

Se si è fan di un gruppo/artista, arrivati ad un certo punto ci si trova inevitabilmente a fare i conti con una fame bulimica di cose da sapere sull’oggetto delle nostre attenzioni, creando questo circolo del “più ne hai più ne vuoi” finché non si arriva a un punto di saturazione che fa pian piano appiattire la curva, per usare un’espressione assai nota nelle ultime settimane.

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Riapro casa

My God it’s been so long
Never dreamed you’d return

Ho deciso di riaprire casa, di riprendermi questo spazio, non sapendo esattamente quale sarà il suo percorso.

I motivi sono essenzialmente due:

– Mi sono rotta il cazzo. La quarantena forzata sfida anche chi è abituato a passare tanto tempo in casa vivendo solo, questo perché, se prima si trattava di una scelta deliberata, ora lo si deve fare per senso civico e necessità. Fino a poco più di un mese fa la decisione di travestirti da larva mangiando la peggio monnezza sul divano il sabato sera era ciò di cui ti vantavi con i colleghi il lunedì mattina successivo, non senza tradire quel compiacimento forzatamente nerd e antagonista della social life così tanto autoreferenziale.
“Che manna il distanziamento sociale, finalmente nessuno che mi rompe i coglioni”. No tesoro, il telefono rompe i coglioni uguale e con i videoaperitivi ti alcolizzi più di prima.

– Non voglio perdere tempo a lamentarmi di essermi rotta il cazzo. L’isolamento fa sì che tu ti metta in pari con un sacco di cose; voglio dire, quando mai abbiamo avuto tutto ‘sto tempo per ascoltare dischi, leggere, guardare film-serie-documentari su settantacinque piattaforme diverse, seguire webinar e lezioni on line per giunta a sbafo? Sono quelle cose a cui ti aggrappi per esorcizzare la preoccupazione e non incazzarti costantemente con le circostanze, i tuoi 48 mq + balcone di libertà, il tuo ufficio che ti manca in una maniera che nemmeno un fidanzato nuovo.

Scrivere per me è una bellissima cosa, in realtà non ho mai capito se so veramente farlo, ma il punto è un altro.

Di cosa parlo?

È la domanda fondamentale che mi sono posta quando ho deciso di riaprire (tipo 12 ore fa).
Il blog è nato su un’impronta esclusivamente pallavolistica, ma ammetto di non avere stimoli a parlare di uno sport fermo e di una Superlega che nell’ultimo anno ho trovato abbastanza distante e deprimente. C’è una cosa che voglio affrontare, ma rimando a (come) Tokyo, quando sarà ora. In ogni caso niente del passato è stato cancellato, trovate tutto riassunto qui.

Ho due-tre idee in testa, alcune parzialmente sviluppate, che immagino – ognuna di esse – come monografia di qualcosa/qualcuno e che spero mi aiutino a capire quale direzione prenderà questo posto. Nel weekend dovrebbe uscire qualcosa, comunque.

Nel frattempo, ben ritrovati.

PS: ho realizzato qualche giorno fa di essere nata nello stesso anno di Zen Arcade. Oggi questa cosa l’ho messa pure in bio e mentre chiudevo queste righe sgaffe c’avevo su Turn On The News. Toh.

Cambio casa

Come anticipato durante l’estate, ci sono stati diversi lavori in corso che hanno riguardato questo spazio e la mente malata che lo cura.
Ebbene sì, si cambia casa. 
Tranquilli, questo blog NON chiuderà, sarà solo “traslocato” in altra sede a mezzo pulmino hippy alimentato a moscow mule.
So di aver promesso, ormai mesi fa, una panoramica su Mia, l’ormai noto premio Pulitzer dell’estate pallavolistica, ma la vita mi ha portata ad occuparmi di troppe cose in una volta per recensirlo come avrei voluto. Forse ci ritornerò, per chi non ha mai affrontato il capolavoro in questione posso già anticipare che siamo sui livelli stellari di Amore Eternit, ma con una differenza sostanziale.
Amore Eternit è scritto meglio.

Con questa riflessione intellettualoide e piena di speranza vi lascio e vado a fare fagotto verso Civitanova.
Il nuovo indirizzo di casa Break Point sarà comunicato a breve.

A presto, amici.

La Redazione. Cioè io.

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Frammenti di una stagione: quando tutto finisce

Il titolo è serioso, il corpo lo sarà, la goliardia arriverà (molto presto, promesso). Non mi dilungherò in disamine sulla finale scudetto, non per sminuirla, anzi: confesso di aver immaginato più volte lo sguardo compiaciuto dello Zio Chicco Blengini, seduto sulla proverbiale riva del fiume, boccia di vino d’annata e colletto alzato, intento ad osservare i cadaveri di chi gli dava dello “zero tituli”.  Ma questa è un’altra storia.

Storie, appunto. Di un film durato mesi, nel cuore mi restano quattro frammenti.

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Earvin l’Alieno

di Gian Marco Porcellini

Vi ricordate quando Maurizio Mosca etichettava la pallavolo come uno “sport per cretini, una rottura di scatole sempre uguale”? Se il compianto giornalista fosse ancora tra noi, sono convinto che ammirando Earvin Ngapeth si ricrederebbe sulla bellezza del volley. Non sarà una rivoluzione paragonabile all’avvento del rally point system, ma la pallavolo dello schiacciatore di Modena è destinata ad influenzare come nessun altro la seconda decade degli anni 2000. Uno stile basato sullo sfalsamento dei livelli del gioco, dilatati fino a essere stravolti.

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Il silente addio dello sguardo celeste

L’articolo sul ritiro di un giocatore che hai amato è sempre quello che non vorresti mai scrivere. Il saluto alle scene di uno sportivo è un fatto ineluttabile, eppure ce ne sono alcuni che lasciano un vuoto incolmabile, una sensazione di straniamento melanconico, nonostante l’avvicinarsi dell’ovvia quanto inevitabile decisione.

Ecco, io questo ritiro un po’ me lo aspettavo. Ma il presentimento non lenisce il dispiacere.

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