Earvin l’Alieno

di Gian Marco Porcellini

Vi ricordate quando Maurizio Mosca etichettava la pallavolo come uno “sport per cretini, una rottura di scatole sempre uguale”? Se il compianto giornalista fosse ancora tra noi, sono convinto che ammirando Earvin Ngapeth si ricrederebbe sulla bellezza del volley. Non sarà una rivoluzione paragonabile all’avvento del rally point system, ma la pallavolo dello schiacciatore di Modena è destinata ad influenzare come nessun altro la seconda decade degli anni 2000. Uno stile basato sullo sfalsamento dei livelli del gioco, dilatati fino a essere stravolti.

La stessa Adidas, per cui Earvin ha firmato nell’ottobre del 2016, nel teaser di presentazione del suo testimonial, lo definisce “game changer”. Una dimensione che si spinge ben oltre il “semplice” status di fuoriclasse. Specialmente quando gli scambi si allungano, con il francese in campo la sequenza standard dell’azione (primo tocco=ricezione/difesa, secondo=palleggio, terzo=attacco) si mescola al punto che è difficile prevederne gli sviluppi. Una difesa alta si può trasformare in un pallone da schiacciare di seconda intenzione, o perché no in una palla che finge di attaccare, salvo poi palleggiarla ad un compagno, a quel punto completamente libero. Il classe ’91 ha ridefinito in particolare il concetto di “pallone attaccabile”, ampliando il range talmente tanto che nei suoi parametri probabilmente non esistono palle realmente ingiocabili. Neppure la distanza da rete o il piazzamento del muro costituiscono ostacoli insormontabili.

Non esistono problemi, ma solo soluzioni

L’ex Cuneo forza la schiacciata spesso e volentieri, da tutte le posizioni. Anche a costo di incappare in qualche fisiologico errore, o di apparire irriverente al limite della spocchia agli occhi di giocatori e tifosi avversari. “Io voglio vincere, sempre, ma penso anche che lo sport e la pallavolo debbano essere uno spettacolo. Non faccio nulla per deridere l’avversario, non è certo quello il mio obiettivo” ha dichiarato qualche settimana fa. La sua pallavolo in effetti non è figlia di canoni estetici che la rendono fine a sè stessa – niente a che vedere con “l’art pour l’art” di Gautier, per intenderci – il suo scopo è semplicemente quello di disorganizzare il muro difesa rivale. Costringerlo a valutare una gamma di giocate così ampia e superiore alla norma in un lasso di tempo così ridotto, da portarlo a scelte azzardate. Che si possono tramutare nel collasso dello stesso. Un gioco che a lungo andare non può che favorire i compagni di squadra, i quali possono beneficiare di una maggior libertà, considerato che oltre la rete si devono preoccupare in primis di cosa potrebbe inventarsi il transalpino di origini camerunensi.

Muro perugino in catalessi. Cvd

Oltre ad un’innata capacità d’analisi dell’azione, il volley di Ngapeth poggia su un talento tecnico dalla profondità smisurata. A partire dal servizio al salto spin, con cui cerca ora le zone di conflitto, ora gli angoli del campo, passando per un palleggio più che egregio per essere una banda, fino ad arrivare alla schiacciata. Non esistono palle o direzioni d’attacco preferite: il francese è efficace indfferentemente con la palla alta come con la super, con la 5 come con la 9, con la pipe o con il bilanciere, rispolverato da un dimenticatoio in cui il volley l’aveva messo da almeno una ventina d’anni.

Una soluzione di cui a tratti abusa – come lui stesso ha ammesso – ma che ha sempre lo scopo di togliere riferimenti in termini di timing e spaziature ai muratori. La mente va subito al punto che ha regalato l’europeo alla Francia nel 2015 nella finale con la Slovenia. Ad impressionare non è tanto la biomeccanica del gesto, di per sè banale, quanto la nonchalance con cui lo esegue in un momento epocale per il suo paese, fino a quella sera mai campione continentale. Ma un 180° sul 28-27 del terzo set per Ngapeth rientra nella routine, un po’ come il giro in centro o il sabato al ristorante per un comune mortale (tra l’altro qui qui potete trovare un video dedicato interamente ai suoi bilancieri).

Earvin che, per non farsi mancare niente, nel tempo libero studia da centrale

Risalendo a monte, la molteplicità di colpi è frutto della variazione che è in grado di imprimere al tempo di salto, alla rincorsa e al caricamento del braccio (il gomito non è all’altezza della spalla, ma leggermente sopra). Il campione d’Europa è la chiusura del cerchio della massima di Julio Velasco “gli schiacciatori non parlano dell’alzata, la risolvono”.

Una lavatrice in grado di ripulire (quasi) tutti i palloni, anche i più sporchi. Specie in questa stagione, in cui Modena ha sofferto parecchio in ricezione – Ngapeth in primis, sceso al 29,2% di doppio positiva – e le scelte di Orduna sono ricadute sul numero 9 quando bisognava smistare le palle più impiccate. Una situazione che il martello – nel momento in cui il muro si è esposto troppo presto – ha girato a proprio favore cercando le mani alte. L’unico modo per murarlo è ritardare il tempo di salto, uscire da rete non più di una spanna e invadere il più possibile. Se invece gli viene concessa una direzione, ti azzanna come uno squalo che sente l’odore del sangue. Soprattutto quando gli viene lasciata libera la parallela, che è solito chiudere con una schiacciata no look nei 3-4 metri.


Rotazione di 180 gradi e chiodo nei 3 metri. Facile no?

Ma in una pallavolo dominata dalla fisicità, in cui ormai anche gli schiacciatori sfiorano i 2 metri d’altezza, come fa Ngapeth, che secondo i siti più generosi misura 194 centimetri (altri, come Legavolley, non gliene riconoscono più di 192) a mantenere delle medie da opposto (considerando regular e post season dal 2014 ad oggi, è quarto per media punti a set e primo tra i posti 4)?

Un’altra delle chiavi di lettura è l’elevazione sopra la media, grazie a cui sopperisce al gap fisico e va a colpire la palla più in alto di molti suoi colleghi.

Tabella elevazione att

N.B.: nella tabella ho inserito quelli che reputo gli schiacciatori più quotati in circolazione

Tale forza elastica esplosiva emerge anche nei fondamentali difensivi: il grado di compressione che riesce a raggiungere, unito alle letture difensive e al senso della posizione, gli permette non solo di coprire ampie porzioni di campo, ma di proporsi in attacco pure dopo essere andato a terra per difendere. Quella di Ngapeth è un’elasticità paragonabile ad una molla che si comprime per raccattare un pallone, salvo poi allungarsi una volta che deve schiacciare. Un po’ come se al corpo fosse applicata una forza di trazione, che gli fornisce quello slancio necessario per rialzarsi e saltare.

Dalla difesa all’attacco passano poco più di 2 secondi

In ricezione predilige il bagher frontale, che esegue cercando di mantenere le braccia non troppo distanti dal tronco. Sembra in effetti fidarsi poco del palleggio e del bagher laterale, che preferisce evitare anticipando la traiettoria della palla con un passo accostato e accompagnando il movimento delle braccia con le spalle orientate verso il centro del campo. In questa stagione poi, in cui appare lui stesso consapevole del suo calo in questo fondamentale, più che ricercare la precisione – ovvero il palleggiatore – pare preoccuparsi in primis di tenere la palla alta. In un certo senso una sorta di circolo vizioso in termini di ricezioni perfette, che però limita gli errori diretti.

Tra i vari fondamentali, il suo tallone d’Achille è il muro, dove paga i soli 327 centimetri in elevazione. Nonostante lo stesso coach Roberto Piazza gli abbia ripetuto che a muro “fa cagare“, i numeri dell’ultima regular season dicono che, con 0,34 block a set, è il sesto schiacciatore della Superlega in questa classifica (2 tra i 5 che lo precedono, Zaytsev e Marshall, di fatto però sono opposti riciclati martelli). Alle sue spalle anche diversi opposti, tra cui Atanasijevic, Stokr, Hernandez, Fei e Vettori. Detto che difficilmente offre un’adeguata assistenza al centrale, Ngapeth, complici le gravi difficoltà di Modena in questo fondamentale, paradossalmente risulta più efficace quando va a murare da solo e allarga le braccia a mo’ di beacher.

Da quando è arrivato in Italia, ossia dal 2011, sommando tutte le competizioni nazionali, Ngapeth ha fatto registrare in 166 partite 2499 punti, di cui 238 ace e 2079 attacchi vincenti (49% di media), il 33,8% di ricezione perfetta e il 58,4% di positiva su 4500 palloni. Numeri già di per sè straordinari, che pesati assumono un valore persino superiore. Dai play-off del 2015 a oggi, il francese è infatti il giocatore con più punti (5,34 a set, 0,28 in più di Atanasijevic secondo), ricezioni perfette (2,92 a set) ed è terzo nella classifica degli ace per set (ma i primi due, Ferreira e Fedrizzi, hanno disputato rispettivamente 20 e 12 gare in meno). Della serie: quando il gioco si fa duro, aumenta il livello della sua pallavolo. E sfoggia tutto il suo campionario, provocazioni incluse.

Tabella reg sea-play off

Nei momenti decisivi, gioca più palloni e con una maggiore efficienza

Una scelta più voluta che istintiva, quella di portare la contesa pure sul piano verbale. Anche perché il numero 9 (che indossa in onore del suo idolo calcistico Samuel Eto’o) si fa condizionare di rado dalla pressione, dalle scaramucce sotto rete, dagli insulti del pubblico o dagli errori, come dimostra la sua capacità di resettare la mente dopo un attacco out o un muro subito. Anzi, laddove la tensione e la posta in palio crescono d’importanza, trasformandosi in un terreno scivoloso per la maggior parte dei giocatori, il suo gioco riesce quasi con maggior naturalezza. La dialettica diventa quindi un’arma per alimentare il nervosismo nell’altra metà campo.

Fa bene Modena a tenerselo stretto e ad avergli rinnovato il contratto fino al 2020. Earvin Ngapeth è un fenomeno versatile come nessun altro, prima ancora che un’icona mediatica di questo sport. E pazienza se la folta schiera di detrattori non ne riconosce il valore e specula sulla sua vita privata. La grandezza di un mago non si misura col numero di applausi che riceve, ma da come riesce a lasciare a bocca aperta il suo pubblico.

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